La mia storia

 
Infanzia

Ho iniziato a scrivere nel momento più cruciale della mia vita, quando, inconsciamente, dovevo decidere chi sarei diventato. Era il 2013.

Sono nato a Cremona. Non ci vivo più. Sono nato il 17 marzo 1993, figlio di uno sbaglio e di grande amore. Sono cresciuto con i nonni, che mi hanno insegnato la compassione, e a mangiare la frutta. Sono cresciuto leggendo libri, tagliandomi i capelli di rado, e sospirando sempre per la ragazza sbagliata.

La mia infanzia profuma di biscotti, e pesche, e piedi nudi d’estate. Sono un bambino felice e solitario. Poi sono adolescente, e non ho un rapporto con mio padre, e infrango ogni regola, e disdegno lo studio accademico. Continuo a leggere, però. Continuo a inseguire la ragazza sbagliata.

Ho diciott’anni e mi sento vecchio. Vivo in un paese che cannibalizza i propri figli e si pulisce i denti con le loro ossa. Fallisco, ancora e ancora. Prendo i miei fallimenti e ci faccio una collana. È una collana pesante. “Non andrai da nessuna parte,” dicono i miei insegnanti. “Ci rinuncio,” pensano i miei genitori. Ho diciott’anni e mi sento vecchio.

La ragazza sbagliata, dopo tanto sospirare, mi fa un grande favore, mi spezza il cuore in un milione di piccoli pezzi. “Questa società è profondamente sbagliata,” mi dico allora. “Abbiamo tutti rinunciato ai nostri sogni, e ci va bene così. Ci va bene questa vita preconfezionata. Ci va bene non esistere. Ci va bene arrenderci, e accontentarci e scegliere un dolore facile anziché un’impervia vittoria.” Mi guardo intorno, e in questa piccola città non cambia mai nulla. “Io merito di meglio.”

 
India

A vent’anni parto per fare volontariato. Non ne posso più, sono vuoto e lo sono da tanto, e così quando metto piede in un piccolo orfanotrofio nell’India meridionale, i miei bambini trovano spazio in abbondanza in cui insediarsi. Quello spazio è il mio cuore, che prima riecheggiava vuoto e poi, dopo quell’estate di lavoro e amore, si colma.

Da qui, cambia tutto. Mi metto a scrivere. In Italia raccolgo fondi per costruire un dormitorio nel mio orfanotrofio. Mi trasferisco in India per dedicarmi completamente ai miei bambini. Lo faccio con una promessa, usare la mia fortuna di ragazzo bianco e occidentale per prendermi cura di loro. In India m’iscrivo all’università, dove studio giornalismo e, al contempo, inizio a insegnare a bambini svantaggiati. Nel 2014, l’orfanotrofio rischia la chiusura a causa delle nuove norme governative che penalizzano le piccole fondazioni. Raccolgo fondi per costruire un muro perimetrale intorno all’istituto, salvando così l’orfanotrofio. Fondo una ONLUS a supporto della mia Missione.

Nel 2015 pubblico “Uno”, il racconto delle vite dei miei bambini, grazie alla fiducia di una piccola casa editrice. “Uno” è una storia personale, un’epistola a me stesso, roba oscura, spesso caotica, ma profondamente speranzosa: il racconto di un ventenne desideroso di gridare al mondo come, dopo essersi quasi arreso allo status quo, ha trovato il coraggio di vivere davvero.

Scrivo di me e di venti orfani sperduti chissà dove in un villaggio del terzo mondo, eppure migliaia di lettori—come non lo so neanch’io—si radunano attorno alle mie storie, alle Nostre storie, dapprima con parole d’incoraggiamento, poi contribuendo concretamente, e infine partecipando alla mia Missione. Questi di cui parlo siete voi, la mia famiglia. Questi Siamo Noi. Nel 2016, mandiamo tutti i bambini dell’orfanotrofio a scuola e tre dei ragazzi più grandi all’università.

Nel frattempo lavoro per testate quali BBC, South China Morning Post e Metropolis Japan, specializzandomi, a differenza della maggioranza dei giornalisti, nel dare voce a coloro che ne sono privi, agli oppressi, ai dimenticati. Nel 2017, i ragazzi da mandare all’università sono cinque, e i fondi raccolti insufficienti. Per la prima volta, temo di non poter tenere fede alla mia promessa. Temo di deludere i miei bambini.

Scrivo “Bianco Come Dio” in un mese. Non c’è tempo. Lo auto pubblico. Spero che, grazie al supporto dei miei lettori, il ricavato sarà sufficiente a coprire le rette universitarie dei miei ragazzi. “Bianco Come Dio” fa questo e molto di più. Pubblicato solo in eBook e distribuito online, “Bianco Come Dio” diventa un caso editoriale che conta oggi quasi 10000 lettori, rendendo finalmente giustizia alle vite, alle lotte e alle speranze dei miei bambini.

Mi laureo in giornalismo. I miei bambini, ormai ragazzi, iniziano l’università. Il mio orfanotrofio prospera e, con la promessa di continuare sempre a sponsorizzare l’educazione dei piccoli, lascio l’India dopo quattro anni.

 
Mazì

Lavoro in Palestina, e poi nel campo profughi di Samos, in Grecia, dove plasmo e coordino un programma educativo per bambini rifugiati sfuggiti alla guerra e provenienti dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Palestina, dal Kurdistan, dall’Iran, dall’Algeria, dal Congo.

Tutto ciò che i miei bambini mi hanno insegnato in India, io lo dono ai miei bambini qui, nel campo di Samos. Ed è qui che arriva la chiamata di Rizzoli. “Crediamo nel potenziale di ‘Bianco Come Dio’, e crediamo che le tue Missioni debbano essere conosciute in tutta Italia.”

A maggio fondo una ONLUS internazionale, Still I Rise. Il campo profughi di Samos sta esplodendo con quasi 3000 persone infilate in uno spazio pensato per 700, e la mia classe ne porta le cicatrici. I bambini soffrono doppiamente le pene degli adulti: una volta vivendole sulla propria pelle, e un’altra di riflesso dai genitori. È una catastrofe, e non c’è più tempo da perdere. 

Dobbiamo aprire una Scuola.

A giugno, grazie all’interesse generato da Rizzoli, raccolgo fondi a sufficienza per affittare un edificio e iniziare a ristrutturarlo. “In 30 giorni apriremo la Scuola,” mi riprometto iniziando la ristrutturazione. Pareva impossibile. Poi, però, la notizia migliore di tutte: un anonimo lettore di “Bianco Come Dio” decide di sponsorizzare la Nostra Scuola per un anno intero!

In un mese costruiamo i muri, rifacciamo l’impianto elettrico, ordiniamo banchi e sedie da Atene, installiamo i condizionatori e riceviamo tutta la cancelleria di cui abbiamo bisogno. In tre parole, costruiamo una Scuola, insegnati e bambini insieme, intenti a pulire, misurare e riordinare ogni giorno per dare vita a un luogo di pace e rinascita privo sia degli abusi del campo profughi, sia delle angherie e dell’ansia proprie dell’istruzione tradizionale. 

Questa è la Nostra Scuola.

Oggi, oltre 150 bambini e adolescenti imparano e vivono nello spazio più sicuro, adatto e, lasciatemelo dire, bello dell’isola. Oggi cento minori altamente vulnerabili hanno la scuola che meritano, la scuola che era stata loro negata, la scuola per cui sono sopravvissuti a una guerra e attraversato mari e monti, la scuola che offre loro un’alternativa alla prigione in cui vivono. Questa è Mazì—“Insieme”.

Mazì è la prima scuola per bambini e adolescenti rifugiati di Samos, in Grecia. Ma Mazì è più di una semplice scuola. È un rifugio per bambini vulnerabili, così che essi imparino a confidare di nuovo nella bellezza della vita. Nella Nostra Scuola, i bambini possono tornare bambini. 

Oggi so che ogni lotta, ogni lacrima o goccia di sangue versato, ogni singolo bambino aiutato significano che la nostra voce è ascoltata.

Ogni singolo giorno vissuto significa Cambiare le Cose. Ed è così perché cinque anni fa, quando uno dei taciti, invisibili treni della vita era in partenza, ho deciso di essere il miglior me stesso possibile, invitandovi a unirvi a me e vivere davvero.

Cinque anni fa ho detto no. No a una vita che non mi appartiene. No a ciò che la gente si aspetta che faccia. No ad accontentarmi del poco che la società è disposta a concedermi. Cinque anni fa ho detto sì. Sì a una vita colma di significato. Sì alle mie aspirazioni, alle mie ambizioni, e ai miei sogni, tutti quanti. Sì al Cambiamento.

Negli ultimi 5 anni sono passato dall’essere un ragazzo arrendevole a cambiare completamente la vita di oltre 100 bambini in difficoltà, dando loro una vera, concreta, equa possibilità. Ora potremo farlo per migliaia.

E sì, forse non avrò guadagnato granché negli ultimi 5 anni, ma se ho saputo risparmiare dolore ad altri esseri umani, allora mi considero un uomo decisamente ricco. Celebrare la vita, dopotutto, è farne il miglior uso possibile. Ce l’abbiamo fatta!

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